This week’s blog comes from our Language Rich Italy partners Silvia Minardi and Monica Barni. Here they are reflecting back over our final conference:
Il progetto Language Rich Europe è un progetto europeo coordinato dal British Council che ha raccolto, attraverso i 24 Paesi che vi hanno preso parte, 1200 attori nei campi dell’ educazione, dell’ economia, dei mass media e delle comunità locali di diversi Paesi e regioni d’Europa per discutere la reale applicazione delle indicazioni europee in materia di multilinguismo.
Per farlo sono stati raccolti e analizzati i dati raccolti attraverso un questionario che ha coinvolto esperti e ricercatori nei diversi Paesi. I dati sono stati messi a confronto con le normative europee e ciascun Paese ha elaborato tre raccomandazioni che sono state messe a disposizione delle istituzioni di ciascun paese. Alle raccomandazioni di ciascun Paese si affiancano le Raccomandazioni che gli esperti che hanno coordinato il progetto hanno elaborato e presentato nel corso della conferenza finale di Bruxelles del 5 febbraio. Per quanto riguarda l’Italia, oltre al British Council, i partner sono stati l’Università per Stranieri di Siena e l’associazione LEND, lingua e nuova didattica.
Di ritorno dalla conferenza del 5 marzo 2013 a Bruxelles con cui si è chiuso il progetto Language Rich Europe vorremmo poter riflettere su alcune parole che il progetto lancia attraverso i documenti e i lavori di questi anni di lavoro.
A Bruxelles abbiamo conosciuto e toccato con mano la doppia tensione che caratterizza l’Europa in materia di multilinguismo che si pone sul piano sociale e sul piano economico.
Abbiamo infatti avuto la riprova di come una società basata sulle diversità abbia bisogno di un nuovo modello culturale di riferimento e anche di sviluppo che dia ad ogni cittadino europeo gli strumenti per diventare mediatore tra lingue e linguaggi diversi. Questo modello non è possibile senza una politica linguistica aperta al plurilinguismo e all’educazione interculturale. Il punto su cui ci si interroga oggi è cosa intendiamo per “plurilinguismo” una volta capito che nessuno vuole rinunciare al modello “lingua materna più due lingue”, anche se è opinione condivisa da molti a Bruxelles e non solo che quel modello va ripensato e reso più attuale.
Ma c’è anche nelle istituzioni europee – che erano tutte rappresentate a Bruxelles – una netta convinzione che la diversità linguistica e politiche aperte al multilinguismo possono contribuire ad una efficace uscita dalla grave crisi economica che ci colpisce. Il legame tra le limitate competenze plurilingui dei cittadini europei e la difficoltà di accesso al mercato globale spinge le istituzioni a interrogarsi sul ruolo che adeguate politiche educative potrebbero svolgere per superare l’attuale congiuntura economica.
Proviamo a ripercorrere il lavoro della conferenza finale attraverso cinque parole chiave.
Diversità
Nella parola diversità abbiamo visto, ancora una volta, la fotografia di quello che è l’Europa e di quello a cui il vecchio continente non vuole rinunciare.
Un primo elemento chiave della diversità che emerge dalla ricerca che ha messo in luce i bisogni linguistici e dimostrato è che, nell’Europa in cui viviamo, i bisogni linguistici delle persone che la abitano sono profondamente mutati e maggiormente diversificati. La formula “lingua madre più due lingue” ha oggi bisogno di essere ripensata e attualizzata per ricomprendere anche le lingue del mondo e non solo le lingue europee. Vanno ripensati, in particolare, il rapporto lingua madre – lingua di scolarizzazione e il ruolo della lingua inglese rispetto alle altre lingue.
La formula “lingua madre più due lingue” sicuramente ha aiutato ad aumentare la presenza delle lingue degli altri nelle politiche educative, ma è stata anche interpretata in modo restrittivo, come “lingua madre più inglese più un’altra lingua”, limitando, nei fatti, la presenza di tante lingue nelle politiche scolastiche. È una formula che non tiene conto della presenza e del bisogno di comunicare anche in lingue non europee, ovvero delle lingue dei migranti i quali, se da un lato, hanno il bisogno e il diritto di conoscere la lingua del paese in cui vivono, dall’altro, devono poter vedere la loro lingua di origine valorizzata e insegnata nelle nostre scuole.
Un tratto importante delle diversità presenti in Europa emerge dal filone sulle città sempre più caratterizzate da una molteplicità di lingue e di culture. A fronte della paura e dei tentativi di chiusura nei confronti della diversità occorre reagire con strumenti che vanno nella direzione di una sempre più diffusa comunicazione in più lingue come se questa fosse la normalità e non l’anomalia.
Una prova concreta della diversità si trova anche nelle Raccomandazioni che ciascun Paese ha formulato, al termine del progetto LRE, sulla base dei dati della ricerca. Ci sono, nei diversi paesi europei, istanze e preoccupazioni diverse in ordine al tema del multilinguismo. Ci sono anche risposte e proposte di risposta che variano da realtà a realtà. Ecco perché accanto alle raccomandazioni che ciascun paese ha formulato per sé ci sono anche le raccomandazioni europee che valgono per tutti i Paesi coinvolti nel progetto e che inseriscono le singole istanze in un quadro di riferimento e in un orizzonte più ampio.
Coerenza
Anche se la diversità è nella realtà delle cose, occorre che i diversi attori rispondano alle diverse istanze riconducendole in un quadro coerente. Una coerenza, più volte auspicata, riguarda il concetto stesso di “multilinguismo”: non tutti i relatori che hanno preso parte alle tavole rotonde della conferenza di Bruxelles condividono la stessa idea e hanno avuto lo stesso approccio al concetto di educazione plurilingue e di educazione interculturale. Sicuramente ci sarebbe bisogno di coerenza all’interno del curricolo scolastico e tra i diversi livelli di scolarità oltre che tra le diverse tipologie di scuola. Si tratta di un terreno difficile da esplorare, se si considera il fatto che le politiche educative sono materia di competenza dei singoli stati.
Ci vuole coerenza anche tra i diversi attori coinvolti nella implementazione di decisioni e pratiche per rendere l’Europa sempre più multilingue: la ricerca dimostra che, a fronte di raccomandazioni anche molto precise a livello europeo in tema di mulitlinguismo, le risposte dei singoli stati e delle pratiche sia nella scuola che nelle comunità variano in modo tale da essere, nel migliore dei casi, su due binari che raramente si incontrano. Si pensi, ad esempio, a tutto il tema del doppiaggio e dell’uso dei sottotitoli nei film stranieri. Da una parte, c’è chi invoca da tempo l’uso di film non doppiati alla televisione. Al tempo stesso, tutti sanno che in molti paesi, quella del doppiaggio è un’industria che dà lavoro a molte persone. Su questo tema, ci sembra obiettivamente difficile riuscire a trovare un punto condiviso da tutti.
Valutazione
Anche se il tema della valutazione non è prioritario nel progetto LRE è emerso negli interventi dei partecipanti alla conferenza di Bruxelles, una preoccupazione diffusa: il livello di competenze raggiunto dagli europei in ambito linguistico non è omogeneo tra i diversi paesi e, soprattutto, viene considerato troppo basso. Diversi interventi si sono soffermati sui risultati di Surveylang, il progetto sull’indicatore europeo delle competenze linguistiche a cui hanno partecipato sedici paesi europei. I quindicenni europei, dopo aver studiato una o due lingue rispettivamente per un periodo di tempo che va dai tre ai sette anni in media, hanno una competenza limitata se si pensa che solo il 42% raggiunge il livello di “Independent user”.
Le indicazioni che la Commissione Europea ha dato nel documento “Rethinking education”, in particolare nell’allegato riferito alle lingue va nella direzione di spronare gli stati ad ottenere un più alto livello nelle competenze linguistiche per tutti.
Quello che sappiamo, in termini di apprendimento, è che i saperi di cui gli adolescenti di oggi avranno bisogno domani, non sono saperi statici o routine cognitive, ma capacità di analisi e di interazione, sono saperi complessi che, il più delle volte, sfuggono ai test e che richiedono didattiche collaborative e un insegnamento interattivo in cui chi apprende una lingua sia messo nella situazione di doversi servire di quella lingua per portare a termine un compito.
In tema di valutazione, una riflessione interessante e che potrebbe diventare presto un importante filone di ricerca riguarda le modalità di valutazione delle competenze plurilingui, considerato ad esempio che la condizione nativa di plurilingue riguarda molti alunni delle scuole.
Profilo diversificato
La parola “profilo” è stata usata, in alcuni interventi, a richiamare a tutti l’esigenza di riconoscere che, se è vero che servono competenze in più lingue per poter stare sui mercati mondiali e per poter vivere da cittadini europei il proprio tempo, occorre anche riconoscere a tutti la possibilità di sviluppare competenze in più lingue in modo diversificato e in modo parziale. Lo strumento del profilo delle competenze potrebbe aiutare sia i singoli sia le collettività e le imprese a riconoscere le lingue che si posseggono come risorse da utilizzare.
Da questo punto di vista i lavori del Consiglio d’Europa con il Quadro Europeo di Riferimento per le lingue e il Portfolio Europeo delle Lingue sono strumenti che possono essere utilizzati in un’ottica di promozione di una competenza plurilingue per tutti.
Politiche educative
In una educazione di qualità per tutti trovano un posto di riguardo le politiche che mirano a garantire a tutti un’educazione plurilingue e interculturale. Occorre ripensare l’insegnamento delle lingue oggi anche alla luce dei risultati del progetto LRE, delle riflessioni condotte dai ricercatori sull’indicatore delle competenze linguistiche, delle rinnovate esigenze di fabbisogno linguistico che il mondo dell’economia manifesta.
Al centro del rinnovamento della didattica delle lingue la conferenza LRE di Bruxelles ha messo l’accento sulla formazione dei docenti che ha bisogno di prevedere maggiori spazi di mobilità e strumenti di condivisione, anche tra docenti di lingue diverse, di modelli e di pratiche di innovazione.
Riflessioni finali
Le parole chiave della conferenza: diversità, coerenza, valutazione, profilo diversificato, politiche educative sono tutte da ripensare e da pertinentizzare nel contesto italiano. L’Italia presenta infatti, e paradossalmente in quanto paese nativamente multilingue, una grande carenza sia di interesse, sia di attitudine per la diversità e le lingue degli altri. Paradossalmente però, come mostrato dall’analisi dei risultati del progetto LRE, la chiusura verso le lingue non si traduce in una politica di difesa e diffusione sistematica della lingua nazionale. Possiamo affermare che l’intera sfera di pertinenza dell’educazione linguistica è in grande sofferenza: non esiste un progetto coerente di politica linguistica che, da una parte, miri a fornire sia agli italiani sia agli stranieri quella competenza in lingua italiana che li metta in grado di agire adeguatamente in una società complessa e di esercitare i propri diritti, e, dall’altra, fornisca a tutti quelle competenze nelle lingue degli altri che sono precondizione necessaria per affrontare le sfide del mondo attuale e dell’economia globale.
Occorre però rendersi conto che il disinteresse verso queste tematiche sta portando il nostro paese fuori dall’Europa e soprattutto fuori dal mercato globale.







